A corrent(e) alternata

Massimo Recchia 

Non sono un giornalista sportivo e neanche un opinionista da blog e tantomeno un critico avvezzo a sipari televisivi.

Mi occupo di diritti, persi, ritrovati o da riconquistare. Di vessazioni sottaciute trasformate astutamente dal potere in regole mai concordate, in doveri imposti all’ombra della paura.

Scrivo ciò per favorire la lettura dell’analisi a cui mi accingo esporre: Hellas Verona, società storica, fondata nel 1903 con tanto di liceo ginnasio in veste di puerpera. La balia da latte era la città, appena attrezzata all’energia elettrica e al tram nonostante cavalli e carrozze resistessero stoicamente all’inevitabile civilizzazione del nuovo secolo. L’esposizione universale di Parigi tre anni prima aveva messo in bella mostra la torre di ferro altissima e rappresentativa della grandeur oltralpe. 

I veronesi invece erano agricoltori artigiani e piccoli commercianti. Il DNA agricolo li identificava dai padovani o dai veneziani in miseria per le reti non certamente pescose.

E il veronese del porto cosa c’entra con tutto questo brodo sportivo primordiale? Eccome se c’entra. Sociale e socialità vogliono condivisione e omologazione. Più si è simili, agricoltori o pescatori che siano, più ci si convince che il progredire porterà vantaggio; più si divide il parco sociale e meno troveremo utile condividere. Ecco perché il sociologo Setti ha scelto di andare a corrente alternata. Da una parte il risparmio, tipico dei commercianti, dall’altra la convenienza. 

Mica stupido.

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