Alla deriva

di Enrico Brigi

Si trattava sulla carta di una partita decisamente proibitiva tuttavia l’assoluta necessità di tornare a fare punti e, soprattutto, il forte desiderio di riscattare la vergognosa prestazione di tre giorni fa contro la Sampdoria, lasciavano trapelare un seppur flebile velo di fiducia. I gialloblù, letteralmente decimati dagli infortuni, ci hanno provato ma la superiorità mostrata dalla Fiorentina non ha lasciato loro alcun scampo. Troppo evidente il divario tecnico, tattico e soprattutto fisico per poter pensare di ottenere qualcosa di più. L’aspetto più preoccupante è stato l’imbarazzante inferiorità evidenziata dal Verona sul piano della corsa contro avversari che andavano a doppia se non tripla velocità. Il calcio insegna che se il tuo avversario corre il doppio di te il raggiungimento di un risultato un positivo non è altro che la più classica delle chimere. Così è stato ieri sera al Bentegodi dove la sfida tra scaligeri e gigliati è sembrata quasi una battaglia tra Davide e Golia. Da una parte gli uomini di Paulo Sousa, padroni assoluti del campo e dall’altra un’armata Brancaleone che altro non ha saputo offrire che un amorevole quanto commovente impegno. La squadra di Mandorlini è apparsa incapace di imbastire anche una sola decente azione di gioco dimostrando la totale incapacità di arrivare a rendersi pericolosa e di creare palle-gol. A parte una “bicicletta” di Jankovic – il pallone era comunque destinato oltre il fondo – non si sono visti ne tiri in porta e nemmeno azioni offensive degne di tale nome. La Fiorentina ha disposto a piacimento dei propri avversari, ipnotizzando i gialloblù con rapide circolazioni di palla che, in alcuni frangenti, sembravano addirittura scolastiche esercitazioni di “torello”. Dopo la nuova sconfitta – la quinta sulle dieci partite sin qui disputate – la situazione che vede il Verona all’ultimo posto in coabitazione con il Carpi assume sfumature preoccupanti, soprattutto perché si nota la totale assenza di segnali in grado di poter invertire questa rotta. Tra la tifoseria sono in molti a chiedere la testa del tecnico, tuttavia, in tutta onestà, bisogna ammettere che nel contesto attuale sarebbe comunque difficile per chiunque. Nel dopo gara il presidente Setti – finalmente tornato davanti ai microfoni dopo mesi di inspiegabile oblio – ha addirittura “blindato” il tecnico di Ravenna sgomberando il campo da qualsiasi voce maligna. Al di là delle frasi più o meno di circostanza è innegabile che l’incontro di domenica contro il Carpi – scontro diretto tra le ultime della classe – sarà senza dubbio il primo match da “dentro o fuori” di questa stagione, la classica partita da non sbagliare. Dovesse andare male – anche se tutti si augurano sicuramente il contrario – diventerebbe oggettivamente difficile non pensare al cambio di guida tecnica. In ogni caso, i giocatori appaiono quasi sfiduciati e incapaci di reagire alla prima difficoltà e l’arrivo di un nuovo allenatore potrebbe, forse, rappresentare la scossa in grado di tentare l’uscita dal tunnel della crisi. Secondo lo staff dirigenziale gialloblù, invece, una volta recuperati gli infortunati più illustri la situazione sicuramente migliorerà anche se esiste il pericolo di accorgersi troppo tardi che i buoi sono già scappati. Per carità nulla è perduto, l’esperienza del campionato con i tre punti a vittoria, insegna che a volte un filotto di successi può diventare la medicina infallibile in grado di rimettere in piedi anche la più sfortunata delle stagioni. Dopo Carpi ci sarà il Bologna – che proprio oggi ha chiamato al proprio capezzale Donadoni al posto di Delio Rossi – prima della sosta e dei successivi incontri con Napoli e Frosinone. Quattro partite dove – scontro con i partenopei a parte – sarà obbligatorio tornare a mettere punti in cascina prima che questa sfortunata stagione assuma i preoccupanti contorni di una deriva senza fine.

 

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