È tutta una questione di brand

Il ciglio del burrone per Fabio Pecchia non esiste. La fiducia incondizionata dell’amico Filippo Fusco lo blinda. Anche dopo un’altra sconfitta? Sì. Il toto allenatore è una storiella che non imbroglia nessuno. Di questi tempi la pecunia è merce rara e piazzare Pazzini a gennaio è la priorità. Il Verona non sarà mai il Borussia Dortmund. Almeno sotto questa gestione Setti. Ma senza espatriare col pensiero in terra teutonica, l’Hellas del Patron di Manila Grace non sarà mai nemmeno il Chievo dei tredici campionati in serie A. Trovare le differenze con il club di via Galvani non è difficile. Anche se fa male al cuore.

Ci resta però l’identità. Ma non quella invocata dai tifosi, peraltro mai compromessa, perché calorosamente alimentata, ma la tutela del brand, inteso come consumismo. Fare cassa con il marchio Hellas Verona è l’identità che interessa. Un marchio che venga esportato oltre oceano. Due anni fa ci si provo’ con il vecchio, ormai pensionato, Rafa Marquez, lo scorso settembre, invece, con un’operazione di marketing low cost. Rullo di tamburi, madrina dell’Hellas, Julia Roberts, fotografata mentre usciva (per caso?) dallo store ufficiale. Uno spot bellissimo per il club di via Belgio: un’attrice di successo che sbadatamente entra nel negozio gialloblù e, altrettanto sbadatamente, compra in dollari hollywoodiani. Eccellente fotogramma estivo. Poi però ci sono altre istantanee ferragostane che raccontano un’altra storia. Quella sportiva. Che incontrava le prime crepe con l’addio di Antonio Cassano, appena arrivato ma già ai saluti. Dettagli. Come la penultima posizione in classifica. Meglio pensare al Brand e al mercato in uscita di gennaio.

M.Cor.

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