Per il “Capitain” ancora un errore grave. Rafa, che succede?

Di Rafa Marquez pare sia rimasta solo la leggenda. E i trofei. Un’infinità, soprattutto col Barcellona di cui è stato anche l’indiscusso capitano. Il leader dei leader, uno di quelli che potevi solo ammirare in tv. Di quel meraviglioso campione che sei mesi fa richiamò mezza Verona in Piazza Brà per il primo saluto al popolo dell’Hellas vicino al sindaco Tosi non c’è più traccia, se non alla casella dei punti interrogativi di una stagione strana. Era il 7 agosto, pare sia trascorsa una vita. Marquez era la soluzione a molti mali e ai 68 gol presi la stagione prima, infatuazione di Maurizio Setti che lo vide durante una partita del Messico ai Mondiali del Brasile. «Sean, lo voglio», disse al telefono il presidente a Sogliano, chiamato ad un’altra missione quasi impossibile ma centrata perfettamente dopo una trattativa non facile e una notte intera trascorsa nella sede di via Belgio ad aspettare fino all’alba la firma di Javier Mier Ochoa, presidente del Leon che grazie a Marquez aveva vinto quasi a sorpresa due titoli messicani.
MEDICINA GIUSTA. Il Verona colpito fino a pochi mesi prima da gravi problemi difensivi tirò un sospiro di sollievo e addirittura si esaltò dopo la prima a Bergamo con l’Atalanta, quando Marquez diede l’impressione di essere un professore universitario. Tutto scontato, com’era logico all’apparenza. D’altronde per uno che ha fatto da chioccia a Xavi, Messi, Ronaldinho, Ibrahimovic, Iniesta, Puyol, Kluivert, Luis Enrique, Overmars, Davids, Saviola, Eto’o, Thuram, Henry, Yaya Touré, Deco, Thiago Alcantara, Busquets, Abidal, Dani Alves e tanti altri campioni vivere gli ultimi anni di carriera nella rabberciata Serie A di oggi sembrava facile come fare la siesta all’ombra di un grosso albero, con tanto di sombrero. La realtà, invece, ha detto il contrario.
SOLO UN’ILLUSIONE. Verona all’inizio s’entusiasmava anche per un suo semplice passaggio di piatto di due metri, continuando a vedere in Rafa Marquez l’uomo perfetto anche dopo tre gialli di fila e il rigore causato col Toro per il fallo su Bruno Peres. Sarà un caso fu l’opinione di tutti, capita anche ai migliori d’altronde di commettere qualche indecisione. Tutti convinti che alla fine avrebbe avuto ragione Setti. «Con te il Verona sarà ancora più grande», disse il presidente al suo arrivo, estasiato come tutti nel vedere Marquez il 18 agosto uscire fra gli applausi con tanto di standing ovation al Camp Nou, pochi minuti dopo l’inizio del secondo tempo del torneo Gamper che il Barcellona aveva scelto di giocare proprio col Leon per l’ultimo saluto al suo Gran Capitàn. Durante la sosta per le nazionali di metà novembre, fra l’Inter e la Fiorentina, Marquez volò in Messico col diggì Giovanni Gardini per prendersi anche l’immortalità al Sàlon de la Fama.
CAMBIO DI PASSO. Tutto bello, ma in campo la musica diventava spesso un’altra. Passando per il peccato di presunzione costato il secondo gol di Matri nella gara col Genoa al rigore provocato e all’espulsione con la Samp, al liscio su quel pallone docile che chiedeva solo di essere spazzato via e che invece ha originato sabato il primo gol del Toro fino ai tanti signor nessuno che una volta non avrebbero nemmeno osato chiedergli il permesso di poterlo puntare e che adesso invece l’affrontano come se davanti a loro ci fosse uno dei tanti e non uno dei grandi segreti del Barca che stava iniziando a diventare imbattibile. Mandorlini gli ha dato sempre fiducia, sempre titolare. Tenendo sempre fra le mani le chiavi della difesa, la quartultima della A. Trentasette gol incassati, ma adesso non c’è più spazio per altri errori. Perché la strada verso la salvezza sia in discesa c’è bisogno di altri numeri. E del vero Capitan.

Fonte: L’Arena

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